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Lettera da Icilio Bocci ad Adolfo Venturi circa i materiali e procedimenti tecnici utilizzati dal Fiscali nel restauro degli affreschi del Domenichino nella cappella Nolfi del Duomo di Fano

Roma, 18 ottobre 1892

Oggetto: Soluzion antica d’albumina e gomma arabica, decotto acetico di cipolle (a proposito degli affreschi riparati dal Sig. Fiscali)
Fano – Cappella Nolfi nel Duomo – Affreschi del Domenichino

Caro Venturi,
ile ricette del Sig. Fiscali rassomigliano a quelle che il buon Albertus Magnus annotava sul finire del sec. XII come efficaci contro le macchie, “contra cimices et pediculos”, ma non avrei mai creduto di trovare mantenute in tanto onore ai nostri giorni ed applicate alla conservazione degli antichi affreschi. Le malte degli intonachi e la calce che riunisce i pigmenti polverizzati insolubili e li fissa sugli intonachi o fa corpo con essi, e gran numero di colori, compresi anche taluni dei minerali, subiscono riduzioni o …ossidazioni in contatto degli acidi, e l’acetico è tra i più forti e pericolosi non per l’azione immediata (che il Fiscali rallenta o nasconde incorporando l’aceto colla albumina e colla gomma arabica), ma per la persistenza della sua azione disgregante. L’aceto, come corrosivo, era adoperato dagli antichi per agevolare il lavoro di estrazione di taluni marmi, o per ottenere le cavità nei recessi profondi delle mine dove non giungevano i paletti dei carradori, o per agevolare la spaccatura del pietrame nelle trincee delle nuove strade. L’aceto entrava persino nei mezzi di distruzione di cui disponevano gli assedianti contro mura ben cementate, e parmi sia menzionato qual agente distruttore anche nella Poliouretica di Apollodoro, ma non ricordo che l’aceto abbia titoli per esser considerato come agente conservatore fuorchè le sue qualità antisettiche che lo confinano agli usi modesti della cucina o della profumeria. Il Fiscali dà consistenza al colore polverizzato con una soluzione di aceto mista di albumina, di gomma, e li sciacqua, se salnitrati o affumicati, con un decotto acetico di cipolle. Quel giovialone di Buffalmacco si faceva almeno portar del buon vino per dipinger i santi meno pallidi! Chissà quanti poveri Cristi, se non fossero stati dipinti, avrebbero voltato il viso sentendosi avvicinare ancora una volta alle labbra la spugna inzuppata d’aceto del Sig. Fiscali! I granellini di colore incorporati nella calce delle pitture a fresco si trovano collegati tra loro e quindi protetti al loro posto dalla presa che la calce ha fatto sull’intonaco sottostante e dall’indurimento superficiale dovuto all’azione dell’aria che la trasforma in carbonato calcare. Per tal ragione un buon affresco, ben conservato, resiste alle lavature di acqua semplice o leggermente alcalina (saponata), ma si deve ben guardarlo dall’azione di quelle sostanze, liquide o gassose non importa, che possono turbare quella specie di lega convenuta tra l’ossido idrato di calcio e l’acido carbonico dell’aria, lega sulla quale l’antico artefice faceva affidamento per la durata del suo dipinto. Le sostanze più nocive agli affreschi sono dunque quelle capaci di modificare la composizione chimica dei pigmenti, p. e. l’acido sulfidrico del gas illuminante, o quelli che intaccano senz’altro l’involucro calcareo del colore, cioè tutti i corrosivi e tra questi l’aceto. Per controllare sperimentalmente e in buon tempo quello che la natura impiega mesi ed anni ad ottenere sugli affreschi, basta far bollire in un bicchiere d’acqua un cucchiaino di calce, si decanta e si ottiene così una soluzione perfettamente limpida. Questa soluzione lasciata esposta all’aria si copre d’uno straterello di carbonato calcareo perché sulla superficie della soluzione calcica, come sulla superficie d’un nuovo affresco, agisce l’acido carbonico dell’atmosfera. Ma se raccogliamo lo straterello di carbonato e messolo in una tazzina a parte gli versiamo sopra qualche goccia di un acido che abbia per la calce maggior affinità del carbonico (p. l’azotico, il cloridrico, o l’acetico) vediamo il carbonato ridisciogliersi, o non progredire la sua formazione e perdere col tempo la consistenza. Egualmente dicasi per la scorza d’uovo (carb. calc. compatto) che finisce pur essa col rammollirsi nell’aceto. L’albumina o la gomma arabica che rendono latente ma non meno fatale l’azione dell’aceto, vengono aggiunte per ottenere una temporanea coesione nel colore polverizzato e quindi un certo splendore dell’antico affresco, che sembra rivivere e riacquistare in poche ore quallo che gli aveva tolto o offuscato l’azione dei secoli. Però un affresco impregnato d’albumina o di gomma non è più un affrescjo, ma una miniatura murale, e non si può accampar nemmeno la scusa che si ricorresse all’estremo mezzo di sacrificare la sua natura d’affresco per salvare da cera e prossima ruina le forme artistiche che ci erano con esso tramandate, perché l’affresco non si trova nelle condizioni di una pittura su tela che si può impregnare d’ambedue le facce, e perché l’affresco, finchè rimane fissato al muro, per quanto lo si spalmi di sostanze idrofughe od isolanti od altre analoghe, sulla superficie continuerà a subire l’azione corrompitrice dell’intonaco o del muro umido o salnitrato, e l’aver impedita la libera trasmissione dell’aria traverso i pori del muro, farà sì che in questo esercitino azione raddoppiata le cause corrompitrici. Concludendo nel conservare gli affreschi, come nel conservar qualsiasi altro monumento o decorazione architettonica bisogna limitarsi all’uso di mezzi meccanici per alluntanare le cause di guasti ulteriori o per ridare la coesione o stabilità necessaria ai sostegni o al materiale disgregato (non però usando in ogni caso la scagliola come per il Sig. Fiscali, perché coll’umidità può marcire) e quando si vuol ricorrere a mezzi chimici bisogna tener conto di tutte le precauzioni suggerite dalla scienza, non già applicare ciecamente le formule poco serie e talvolta anco poco pulite tramandateci dalla superstizione medioevale.

Tuo amico e collega I. Bocci

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