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Relazione dell'Ispettore ai Monumenti di Urbino (Castracane) circa lo stato di conservazione di un dipinto di Piero della Francesca, uno di Timoteo Viti e 6 tavolette di scuola umbra esistenti nella chiesa Metropolitana di Urbino
Urbino, [1898]
Relazione intorno al pessimo stato di conservazione di alcuni preziosissimi dipinti della Metropolitana di Urbino.
Alcuni insigni dipinti appartenenti alla chiesa metropolitana di Urbino si trovano in un deplorevolissimo stato di conservazione. Le ripetute rimostranze fatte nella mia qualifica di R. Ispettore degli scavi e monumenti, non hanno mai giovato a far sì che maggiore riguardo si usasse a preservarli da cera e, per alcuni di essi, imminente rovina. Ora dunque se l'autorità superiore dell'Ecc.mo Ministero della Istruzione Pubblica non interviene, ciò che oggi è tanta parte del patrimonio artistico non solo della città, ma della nazione, io prevedo fatalmente, che, in tempo non lontano, quei preziosi cimelii d'arte si dovranno rimpiangere come perduti. I quadri dei quali è parola con la presente sono:
1° Una tavola di Piero della Francesca, firmata PETRUS DE BURGO SANCTI SEPULCRI, la quale io non mi perito nel giudicarla capolavoro dell'insigne pittore. Il quadro misura circa 1,30x0,90 ed è diviso in due parti. Nella parte sinistra di chi guarda è rappresentata la Flagellazione alla colonna di N.S. Gesù Cristo, nella parte destra è rappresentato il 1° duca di Urbino Oddantonio, in mezzo ai suoi due consiglieri che furono causa della sua morte, avvenuta nel 1444 in seguito ad ua congiura che nella storia locale è ricordata col nome della congiura dei Serafini.
2° Una tavola di Timoteo Viti, che misura circa 2,30x1,60, dipinto impareggiabile ed unico di questo eccellente artista urbinate che si conserva in città. Rappresenta: S. Tomaso Cantauriense e S. Martino (due figure in abito pontificale sedute) ai due lati del quadro. Ai piedi dei due santi stanno inginocchiati, in atto di preghiera: a destra del riguardante il Duca di Urbino Giudobaldo I ed a sinistra l'arcivescovo Arrivabene. Fu espressamente commissionato dall'arcivescovo di Urbino il mantovano Arrivabene nell'anno 1504 ed il quadro fu eseguito fra il 1504 e il 1506.
3° N. 6 tavolette con figure singole di santi che il Lazzari attribuisce a Piero della Francesca, ma che io, come il mio ottimo amico Prof. Calzini, non esitiamo ad attribuirle a Giovanni Santi.
Tutti questi quadri non sono destinati al culto, e trovano posto nella sagrestia della Cattedrale. Lasciati alla mercè degli scaccini della chiesa, sono continuamente soggetti a danni di ogni genere, più specialmente della polvere che vi si deposita, sollevata dal frequente passaggio dei preti che vanno e vengono (dalla sagrestia ala chiesa e viceversa) durante le sacre funzioni, e del fumo degl'incensi essendo la sagrestia il luogo destinato alla accensione dei turiboli.
Di questi dipinti, quello, apparentemente, tenuto con più rispetto, è la tavola di Piero della Francesca. Molti anni a questa parte essa fu rinchiusa in una custodia di legno, infissa al muro insieme col quadro. Da questa custodia a tavola di estrae portandola innanzi alla finestra, essendo girevole sui cardini, a guisa di uno sportello: così a si può esaminare e studiare. Ho detto che così custodito, il dipinto è conservato meglio che non lo siano gli altri, ma ciò semplicemente in apparenza, perché, se è vero che stando così chiuso è salvato dagli urti casuali, è ben vero altresì che con il continuo estrarlo dalla custodia e rinchiudervelo, nella maniera veramente brutale usata dai sagrestani, quando lo mostrano, le scosse, spesso ripetute parecchie volte in un giorno, danneggiano enormemente quell'insigne opera d'arte.
Non ho parole adeguate per biasimare con tutta la forza di un animo che si ribella a tanto sagrilegio, l'assoluta trascuranza con cui quei signori del Duomo tengono la tavola di Timoteo Viti. Accennerò solamente ad un fatto che si ripete varie volte nell'anno e quello basterà da solo a giudicare se le mie approvazioni siano giustificate. E' consuetudine, in determinati giorni dell'anno, di togliere dal chiuso degli armadii i paramenti sacri, pianete e piviali e quindi sospenderli alle pareti della sagrestia onde, esposti all'aria, salvarli dal tarlo e dalla umidità. Quando è che ricorre una di queste circostanze, pianete e piviali si appendono intorno ai muri della sagrestia senza prima togliere i quadri dei quali è ingombra. In allora quella disgraziata tavola timotiena trovandosi in fila con gli altri quadri, subisce a sua volta la sorte comune: un gran piviale la nasconde per vari giorni alla vista di tutti. Ciò è male, ma non è il maggiore. Il danno più forte che quel quadro risente è procurato dal modo usato per appoggiarvi sopra quel paramento sacro. Si noti: il quadro sta molto elevato da terra, immediatamente sotto al cornicione del soffitto. Per attaccarvi sopra quel piviale i sagrestani si servono di una lunga pertica (alla cui estremità appendono il piviale) e con quella vanno tastando il muro fino a che trovano l'uncino che deve riceverlo. E' facile allora immaginare cosa è che ne viene. Prima di ritrovare l'uncino fisso nel muro, essendo obbligati a guardare dal basso in alto la punta della pertica frega parecchie volte la tavola, con danno evidentissimo del dipinto.
Le sei tavolette di Giovanni Santi sono lasciate così in abbandono, fuori di luce per osservarle, e così trascurate che, peggio, non si potrebbe immaginare. Il tarlo le ha quasi consunte, ma un opportuno restauro, fatto a tempo, le può ancora salvare dalla rovina completa, inquantochè lasciate in abbandono è facile prevedere che sopraggiunga imminente e irreparabile.
Il Regio Ispettore dei Monumenti del Circondario di Urbino firmato C. Castracane
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