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Risposta dell'Ufficio Regionale per la conservazione dei monumenti delle Marche e dell'Umbria al Ministero della Pubblica Istruzione con informazioni sulle condizioni giuridiche e sullo stato conservativo del dipinto di Antonio Solario nella chiesa di S. Francesco a Osimo.

Perugia, 8 febbraio 1908

Ufficio Regionale per la conservazione dei Monumenti delle Marche e dell'Umbria
Risposta a nota del 26 dicembre 1907
Oggetto: Osimo - Chiesa di S. Francesco - Quadro Solario
Al Ministero della Pubblica Istruzione, Dir. Gen. Antichità e Belle Arti Roma

Per mezzo del R. Ispettore di Loreto, ho fatto assumere più precise informazioni riguardanti il quadro di Antonio Solario; ed ecco quanto egli mi riferisce. Il quadro in parola non sarebbe di proprietà della famiglia Leopardi, ma è soltanto collocato nella Basilica in una cappella posta sotto il patronato della famiglia stessa; cappella che è la seconda a sinistra entrando nella chiesa. I frati conventuali, espulsi dalla Basilica sin dal 1863, non vi sono rientrati prima del 1902, per effetto di una convenzione stipulata col Municipio, che concesse loro di abitare una piccolissima parte del vastissimo convento annesso. dal 1863 al 1902 il Municipio, impossessatosi del vasto edificio (del quale possiede anche tuttora la massima parte), amministrò il Santuario per mezzo di un fabbriciere laico, che per ultimo fu il Commendatore Giacomo Gallo, e di due custodi, i quali fino al 1888 furono dei Minori Osservanti. Le tavole su cui il quadro è dipinto sono ancora tra esse perfettamente aderenti, ma accennano ad arcuarsi e minacciano di sconnettersi, se al più presto non sarà rimossa la causa del deperimento, che da circa 10 anni va manifestandosi a discapito della vivacità dei colori, i quali si conservano vivi e freschissimi. Sul dipinto non si riscontra traccia di sgocciolature di cera, in quanto che le candele maggiori dell'altare si accendono una volta all'anno, in occasione della festa del Nazzareno, la cui immagine trovasi dentro un'edicola posta sugli ampi scalini, che si elevano sopra la mensa dell'altare medesimo, e davanti alla quale ardono di frequente piccole candele, che non raggiungono l'altezza della base del quadro, e quindi non possono offenderlo. Nei punti dove le tavole si vanno arcuando, si osservano numerose scrostature, di cui le due più grandi misurano circa cent. 3x2. Il danno più grave però non consiste in queste scrostature, che non dipendono da infiltrazione di acqua attraverso la parete retrostante, la quale sebbene rivolta a tramontana, è riparata dalle piogge e dal vento dal chiostro eretto a ridosso di essa, nel cui piano superiore, proprio alle spalle della cappella, vi è una stanza nella quale si conservano in custodia i damaschi occorrenti alla paratura della Basilica; stanza che si apre nell'agosto e nell'ottobre di ogni anno per toglierne e riporre nuovamente i damaschi medesimi. Il danno enorme, e non so quanto riparabile del magnifico dipinto, consiste precisamente nella perduta vivacità dei colori già tanto splendidi ed ora illanguiditi e mutati in alcuni punti in macchie brunastre. L'unica causa di tanto guasto va imputata a colui, che era Capo dell'Ufficio Tecnico Municipale circa 10 anni fa, allorché nel chiostro sopradetto, già fin dal 1863 adibito a mercato di bozzoli, proprio nella cella a pian terreno a ridosso della cappella fu costruito lo scottatoio dei bozzoli. E che così e non altrimenti sia la cosa, è evidentemente provato dall'intonaco della cappella a destra del quadro, che minaccia di cadere del tutto, e dalle tracce di fuliggine che si scoprono dove detto intonaco è caduto. Dalle su riferite informazioni non risulta provato che la famiglia Leopardi dia la legittima proprietaria del dipinto, come essa sostiene; mentre invece è evidentemente dimostrato che il Municipio sia l'unico e diretto responsabile dei danni ad esso derivati. Occorrerebbe quindi continuare le ricerche per accertare a chi il quadro realmente appartenga, e rivolgersi nuovamente al Comune di Osimo per costringerlo a sopportare la spesa occorrente al restauro e immediatamente rimuovere la causa del danno. Ma poiché, per quanto si riferisce alla spesa del restauro, è a dubitarsi che a nulla approderanno tali pratiche, non resta che a provvedere direttamente da cotesto On. Ministero, salvo ad esercitare in seguito contro chi di ragione il diritto di rivalsa: e nel caso che provato non essere il quadro di proprietà della famiglia Leopardi e per conseguenza di proprietà dello Stato, rimuoverlo dalla cappella per trasportarlo in una galleria delle Marche.

L'Architetto Direttore Viviani

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